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"Proteggiamo i dati, sono la nostra vita" - Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali

SCHEDA
Garante per la protezione dei dati personali
Doc-Web:
8979316
Data:
06/06/18
Tipologia:
Interviste e interventi

"Proteggiamo i dati, sono la nostra vita"
Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali
(di Cristina Cossu, "L'Unione Sarda", 6 giugno 2018)

La sfida è semplice e complessa: la protezione dei dati deve essere universalmente riconosciuta come un diritto fondamentale dell'uomo. "Oggi abbiamo fatto un importante passo avanti: c'è una disciplina europea che stabilisce interventi preventivi, da responsabilità a enti, amministrazioni pubbliche e imprese, prevede sanzioni pesantissime per chi trasgredisce. Cambridge Analytica è solo la punta di un iceberg: dobbiamo mettere insieme uno schieramento globale per far sì che quello che è successo non capiti più". Antonello Soro, presidente dell'Autorità garante della privacy, ha scritto un nuovo saggio - Persone in rete (Fazi editore, 168 pagine) in collaborazione con l'avvocata Federica Resta - dedicato a Stefano Rodata, "un grande maestro", presentato ieri a Roma. Dice Luciano Violante nella prefazione: "Questo è un libro sulla libertà. Non si limita alla denuncia dei rischi connessi all'abuso della Rete, ma traccia le linee di una civiltà della Rete, per ridurne i rischi e moltiplicarne i vantaggi".

Qual è l'idea di fondo?

"E quella di promuovere la consapevolezza dei nuovi confini della libertà in questo tempo segnato dalle innovazioni tecnologiche e da una nuova geografia dei poteri. Il libro ha l'ambizione di rimettere al centro la persona e la sua dignità in un contesto segnato dalla velocissima rivoluzione digitale, che ha visto una discreta "incoscienza" dei decisori politici planetari".

Viviamo in una società dominata dal "Grande fratello".

"In un tempo rapidissimo si è costituito un nuovo equilibrio nei rapporti di forza a livello globale, con una concentrazione di poteri in capo a poche società che non ha precedenti nella storia dell'umanità. Poche aziende nel mondo hanno acquisito tutti i potenziali competitori creando un regime di oligopolio e fondando l'economia dei dati".

Cos'è l'economia dei dati?

"Si dice che i dati sono il nuovo petrolio. Il dato, il protagonista della società digitale, è quell'elemento che viene raccolto da ogni parte del pianeta e che viene concentrato in grandi calcolatori di poche imprese. Qui viene elaborato e si formano i profili di utenti ai quali indirizzare pubblicità mirata, e non solo per fini commerciali, e su questi grandi volumi di dati oggi si fonda la ricchezza".

In che senso?

"Innanzitutto perché i gestori di queste piattaforme sono gli intermediari sempre più esclusivi fra i produttori e consumatori. Poi perché sono i protagonisti della ricerca. E la ricerca, in ogni ambito del sapere, dalla genomica alla finanza, dal clima all'agricoltura, si basa sull'utilizzo dei "big data". In sintesi: il dato è la proiezione della nostra vita nella società digitale, una dimensione non virtuale ma del tutto reale. Le tante tessere del mosaico della nostra personalità vengono ricomposte in quei calcolatori".

Insomma, queste società hanno un potere immenso.

"Certo, perché hanno la possibilità non solo di primeggiare negli scambi commerciali e nella ricerca scientifica, ma anche di orientare i comportamenti politici".

E c'è un modo per difendersi?

"Noi dobbiamo essere cittadini responsabili e interessati a ciò che rappresenta la nostra persona. Dal bullismo all'hate speech, dalle fake news alle intercettazioni, dal controllo a distanza del lavoratore alla sanità: è vastissimo il campo di questioni per cui la dimensione digitale diventa sempre più quella esclusiva. E ce ne dobbiamo far carico tutti, decisori politici e utenti, dobbiamo diventare responsabili e impegnarci a proteggere questi dati".

Intanto è arrivato il Regolamento europea per la protezione dei dati.

"Le norme sono diventate applicabili una settimana fa, l'Europa, davanti agli altri, ha messo in piedi un sistema di discipline che affronta il tema della protezione dei dati rovesciando il rapporto abituale che voleva interventi a posteriori e non preventivi. Questo ribaltamento di ruoli impone ad amministrazioni pubbliche e imprese di non rendere vulnerabile il patrimonio dei dati in loro possesso".

Hanno interesse a farlo?

"E evidente che un'impresa che non protegge le sue informazioni è destinata a perdere competitivita, perché diventa attaccabile da parte dei suoi competitori, prima di tutto. E una pubblica amministrazione che non tutela i dati dei suoi cittadini, non solo si delegittima, ma allarga il rischio informatico. La cyber security è una delle questioni centrali: è nella dimensione digitale che si sviluppano i conflitti e le guerre".

Sullo scandalo Cambridge Analytica - la società inglese accusata di avere usato illegalmente le informazioni di cinquanta milioni di americani utenti di Facebook nell'elezione di Trump, confermando che un uso distorto dei dati può danneggiare la stessa democrazia - cosa state facendo?

"Abbiamo aperto un'istruttoria insieme alle altre autorità europee, perché quanto di più velleitario possa esistere oggi è la pretesa di affrontare un'impresa che ha una dimensione planetaria con le risorse dei singoli Stati. Stiamo facendo accertamenti, insieme e separatamente, anche io ho incontrato i responsabili di Facebook. E c'è da registrare che non solo hanno riconosciuto i propri errori e le proprie reticenze, ma hanno avviato un processo di revisione totale della propria organizzazione".

In un certo qual modo dobbiamo "ringraziare" Cambridge Analytica. È esploso un caso.

"Senza Cambridge Analytica l'attenzione dei cittadini del mondo sarebbe stato un po' più lenta. Questo caso ha creato allarme, perché 2 miliardi e 200 milioni di persone si sono chieste ma per caso anch'io sono stato usato?. La risposta è sì, tutti siamo stati usati, si tratta di vedere con quali finalità e in quali occasioni".

Bé, non sarà certo l'unica società che fa queste cose.

"No, sicuramente no, questa è soltanto la punta dell'iceberg. È ovvio che quando tu sviluppi la profilazione generalizzata di tutte le persone che si connettono alla Rete, questi profili, anche se raccolti con l'obiettivo di orientare i consumi, non possono non arrivare all'incrocio con la politica e quindi essere usati anche per indirizzare i comportamenti elettorali, non necessariamente da parte di Facebook ma da parte delle infinite applicazioni dei gestori che operano con i social".

Dunque, come riuscirete a fare in modo che non si ripetano simili distorsioni?

"Ci conforta l'idea che il Regolamento europeo è diventato il modello al quale si stanno ispirando molti Paesi, Giappone, Argentina, Canada, Australia. E anche il Congresso degli Stati Uniti sta esaminando un disegno di legge che somiglia molto alla normativa europea. Cerchiamo di mettere al centro una nuova cultura della protezione dei dati personali. Oggi abbiamo una disciplina forte, che prevede sanzioni pesantissime per chi non la rispetta. Poi è chiaro che parallelamente serve un impegno educativo, una convergenza, uno schieramento globale di enti, istituzioni e persone che riconosca che la sfida che ci attende è il riconoscimento della protezione dei dati come un diritto fondamentale dell'uomo".